Stop coming to my house

Facebook entra in politica

In Facebook on 28 settembre 2011 at 12:00

Dopo Google e Microsoft, anche Zuckerberg vuole finanziare la campagna elettorale dei candidati Usa (e quindi influenzarne le decisioni). Da che parte starà nel 2012?

La notizia è arrivata a una sola settimana di distanza dal rumoroso lancio del nuovo Facebook: Zuckerberg e soci daranno vita a un Political Action Committee. Insomma, Facebook entra in politica. E, com’è tradizione presso le grandi compagnie della Silicon Valley, lo fa imboccando la porta sul retro, dando vita a un comitato che si occuperà esclusivamente di fornire appoggio economico a partiti e candidati politici in vista delle elezioni presidenziali del 2012.

Ma cosa si intende, esattamente, con Political Action Committee (Pac)? Sostanzialmente, si tratta di un gruppo privato che raccoglie donazioni con il fine di promuovere l’elezione di un candidato e, transitivamente, influenzare le decisioni politiche in determinati ambiti.

In una lettera inviata al quotidiano The Hill, Facebook fornisce la sua spiegazione ufficiale in proposito: “ Il Pac di Facebook darà ai nostri impiegati la possibilità di farsi ascoltare da quei candidati che condividono con l’obiettivo di promuovere il valore dell’innovazione nella nostra economia, dando al contempo alla gente il potere di condividere e rendere il mondo più aperto e connesso

Giri di parole a parte, quello compiuto da Zuckerberg e soci è un passo obbligatorio se si vuole finanziare legalmente, e in modo consistente, un partito politico o un suo candidato.

Naturalmente Facebook non sta iniziando ora a esercitare la sua influenza sulla politica americana. Com’è costume diffuso nel campo dell’information-tecnology (e non solo), la compagnia di Mark Zuckerberg investe da anni centinaia di migliaia di dollari in lobbying, per fare pressione sulla politica e sulle istituzioni legislative. Se nel 2010 a Palo Alto avevano investito 350mila dollari in lobbying, nel 2011 gli investimenti di questo tipo hanno raggiunto quota 550mila dollari. Una cifra importante, senz’altro, ma ancora parecchio lontana dalla montagne di denaro con cui le altre aziende leader del settore riempiono le tasche dei loro lobbisti. Come si può notare in questa classifica redatta da OpenSecrets.org, Amazon e Apple investono cifre annuali almeno doppie rispetto a quella di Facebook, rispettivamente 1 e 1,3 milioni di dollari, mentre sul podio se la giocano Microsoft, Google e HP, con investimenti che orbitano intorno ai 3 milioni di dollari annui.

Qualcuno di voi si starà chiedendo: a cosa servono, nello specifico, tutti questi investimenti? Per capirlo, basta dare un’occhiata al lobbying report ufficiale di Facebook. Niente di particolarmente sorprendente, tra i campi di riferimento dei vari investimenti compaiono voci come: “ restrictions on Internet access by foreign governments”, “ Children’s Online Privacy Protection Act”, “ freedom of expression on the Internet”, “ discussion of location-based services”, “ use social media to engage with citizens” etc.

Ora, con il lancio di una propria Pac, Facebook punta a ridurre ulteriormente la distanza tra l’azienda e Washington.

La legge americana consente alle Pac di donare fino a 5mila dollari per candidato a ogni elezione (primarie, mid-term e presidenziali sono da considerarsi separate), un massimo di 15mila dollari all’anno per ogni partito politico, più una quantità imprecisata di contributi alla campagna elettorale che possono essere erogati sotto forma di pubblicità o iniziative a supporto dei singoli candidati.

Questo, in parole povere, significa avere l’opportunità di investire milioni di dollari per assicurarsi la benevolenza e l’appoggio di una consistente fetta della politica americana. E questo ci porta all’inevitabile interrogativo: chi appoggerà Zuckerberg? Lunedì, mentre in Rete veniva pubblicato l’annuncio del lancio della Pac, sul canale Facebook Live compariva una videointervista ai giovani rampolli della classe politica repubblicana. C’è chi ha subito collegato le due cose e dedotto che Zuckerberg abbia intenzione di schierarsi dalla parte dell’ elefante. La realtà, è che quando si tratta di fare pressioni politiche, le differenze tra democratici e repubblicani si assottigliano.

Prendiamo Google, per esempio. Da sempre il colosso di Mountain View è considerato vicino ai democratici, e in particolare a Barack Obama. Se però si vanno confrontare le donazioni che il Pac di Google (attivo dal 2006) ha elargito nel corso della campagna per le elezioni mid-term del 2010, si noterà che BigG ha finanziato in misura praticamente identica repubblicani e democratici. Lo stesso vale per il più  generoso fra i colossi dell’informatica, Microsoft.

E Apple? Apple per ora rimane l’unico giocatore a non servirsi ufficialmente di un Pac. Questo però non significa che non esista un flusso di denaro (e di pressione politica) tra Cupertino e Washington. Apple tiene a libro paga qualcosa come 16 lobbisti, tramite i quali l’azienda ogni anno investe centinaia di migliaia di dollari (nel 2008 era 1,7 milioni) per oliare a dovere gli ingranaggi legislativi. A questo si aggiungono le donazioni rivolte a specifiche campagne politiche (come i 100mila dollari per contrastare la normativa contro i matrimoni gay) e le donazioni effettuate dai singoli impiegati, che nel caso di Apple sembrano essere decisamente orientate (86,3%) a favore dei democratici.

Insomma, a giudicare da questo trend, pare che influenzare la politica attraverso gruppi di pressione, per una compagnia che opera nel settore dell’information technology, non sia tanto una scelta strategica, quanto una necessità. Un esempio: da qualche tempo è stata presentata una petizione che chiede alla Casa Bianca di eliminare i brevetti per i software, rei di essersi trasformati in “ un mezzo che, invece che favorire l’innovazione e la competitività dei mercati, soffoca l’innovazione e impedire la libera concorrenza”.

In questi giorni la petizione ha superato le 5mila firme necessarie e passerà dunque al vaglio delle camere. Sarebbe un bel problema per tutte quelle aziende che hanno costruito le fondamenta su simili brevetti. Ma avendo speso montagne di denaro per oliare gli ingranaggi giusti, possono assicurarsi che qualcuno, alla Casa Bianca, si straccerà le vesti per salvare i loro brevetti.

Fonte: Fabio Deotto su Wired.it

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: